

Il workshop è un’utile giornata di lavoro in cui Fondazione Vodafone Italia incontra gli enti non profit per fare il punto sulle priorità sociali del Paese. Esponenti del mondo delle Istituzioni ed esperti del Terzo Settore partecipano ai lavori.
“Grazie al workshop è possibile raccogliere idee e suggerimenti, ma anche confrontarci, con chi vive a contatto diretto con problemi sociali e con persone in stato di disagio. Per noi, è importante anche rafforzare la conoscenza tra le persone della Fondazione e gli operatori degli enti non profit.”, Ida Linzalone, Segretario Generale di Fondazione Vodafone Italia.
La seconda edizione del workshop di Fondazione Vodafone Italia si è svolta a Roma, il 29 novembre 2007 presso l’Auditorium dell’Ara Pacis. Hanno partecipato rappresentanti di enti non profit e privati, della Pubblica Amministrazione e media, che si sono confrontati sul tema “Grandi periferie e grandi povertà”.
Ecco chi è intervenuto:
• Carlo Romeo, Responsabile Segretariato Sociale RAI, nelle vesti del moderatore;
• Antonio Bernardi, Presidente di Fondazione Vodafone Italia e Ida Linzalone, Segretario Generale di Fondazione Vodafone Italia;
• Mauro Magatti, Preside della Facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano;
• Franco Pittau, Responsabile Scientifico Rapporto Caritas Migrantes;
• Marcella Lucidi, Sottosegretario con delega all’immigrazione del Ministero dell’Interno;
• Rosanna Rabuano, Capo Segreteria del Sottosegretario di Stato On.le Lucidi e Viceprefetto del Ministero dell’Interno;
• Raffaela Milano, Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Roma;
• Ilda Curti, Assessore alle Politiche per l’integrazione del Comune di Torino;
• Paolo Naso, Consulente Ministero della Solidarietà Sociale e Professore di Scienza Politica della Università La Sapienza di Roma.
Nel pomeriggio si sono invece susseguiti gli interventi di Enti non profit e Amministrazioni locali cercando di rispondere al tema: “Gente di periferia: anziani, minori, immigrati, come intervenire?”.
Indicatori:
117 i partecipanti
51 gli enti non profit presenti
10 gli enti pubblici, tra cui 3 Ministeri
8 i giornalisti
Grandi periferie e grandi povertà: i temi di riflessione
Innanzitutto: cosa si intende per “periferie”? Sono quelle parti di città in cui si riscontra un’alta concentrazione di problemi, sociali, economici e ambientali, e dove si sommano e moltiplicano i disagi delle categorie più deboli.
In Italia, come nel resto d’Europa, avanza un bivio: abbandonare definitivamente i quartieri “segregati”, lasciandoli andare alla deriva e a patto che non venga “disturbato” il resto della città; oppure investire nelle periferie per evitare quel processo di polarizzazione tipico delle grandi metropoli mondiali, caratterizzate da grandi agglomerati dove convivono tutte le forme di emarginazione.
Il fenomeno in Italia non è allarmante come in altri Paesi, ma sempre più le periferie si stanno trasformando in trappole dalle quali è sempre più difficile uscire per chi si sente abbandonato “dalla” città e “nella” città. Storicamente le periferie sono sempre state il luogo del disagio, ma almeno nella loro omogeneità sociale e culturale erano in grado di fornire un’identità, un senso di appartenenza. Oggi, proprio quelle zone che avrebbero bisogno di maggiori risorse e attenzioni sono costrette a subire le conseguenze della globalizzazione: centri commerciali che si moltiplicano, reti stradali che vengono costruite perché la gente possa spostarsi più velocemente, comunità straniere che si insediano nei quartieri più disagiati per logica dei prezzi di mercato.
La parola “periferia” non è più interpretabile in modo univoco, si porta appresso una concezione della città e dell’organizzazione degli spazi urbani che oggi non è più funzionale.
Tanto per cambiare: il divario tra Nord e Sud
Nell’ambito delle periferie, intese quindi nel senso più vasto di aree disagiate della città, è evidente una differenziazione territoriale delle emergenze e una diversa e non omogenea distribuzione dei servizi tra le regioni del Nord, Centro Italia e quelle del Sud.
Le periferie del Sud presentano situazioni fortemente compromesse sia per la quasi totale assenza di servizi e programmi di sostegno, soprattutto per i giovani, sia per la presenza del crimine organizzato che sfrutta la situazione di povertà economica presente in quei luoghi. Le città industrializzate del Nord sentono, invece, in modo più evidente, le problematiche connesse all’integrazione dei lavoratori stranieri attratti dalla richiesta di manodopera e molto spesso ghettizzati rispetto alla popolazione autoctona.
Nelle periferie è la non omogeneità che genera spesso conflitti molto diversificati:
• tra anziani e giovani;
• tra chi vive e lavora nel quartiere e chi ci viene per dormire e che nulla vuole avere a che fare con i problemi che vi nascono;
• con e tra migranti.
Il fenomeno migratorio ha acuito il problema delle periferie. L’esigenza di integrazione riguarda anche le seconde e terze generazioni che fanno fatica a maturare una propria identità e facilmente vengono espulse dal sistema scolastico.
Occorrono interventi organici, basati su una politica fortemente condivisa da tutte le parti sociali e politiche del Paese, che fissi due minimi comuni denominatori:
• riconoscimento strutturale dell’immigrazione e della sua crescita per ragioni demografiche e occupazionali;
• disponibilità a offrire spazi di partecipazione a coloro che si radicano in Italia, contemperando i diritti con i doveri ed evitando la creazione di sacche di emarginazione.
Socialmente…poveri
Un altro problema delle periferie è la povertà sociale. Nascere in un certo quartiere genera effettivamente delle difficoltà concrete, come scegliere una buona scuola o avere servizi che aiutino a vivere il resto della città. Vivere in un luogo influisce anche sulla costruzione della propria identità. La condizione di svantaggio che ne deriva è un fattore di esclusione e penalizzazione e un senso di imprigionamento.
E la violenza…
Connessa al senso di imprigionamento è la violenza, di cui si possono individuare almeno tre forme
• quella che si sostituisce allo stato di diritto creando un ordine alternativo;
• l’anonima o nichilista, senza senso che spesso crea ancora più sgomento perché non si sa da chi difendersi;
• il vandalismo nelle scuole.
Tutti questi elementi innescano la “spirale dell’abbandono”, che segue due percorsi:
• interno: è il punto di vista di chi nei quartieri ci vive e si sente imprigionato, percependo l’irrilevanza dei propri mondi vitali rispetto a quelli praticati dai più;
• esterno: si traduce in indifferenza e indisponibilità verso chi abita in una zona svantaggiata della città.
Su questa dinamica influisce il nuovo orientamento della politica, il demandare la gestione del territorio e del sistema sociale all’iniziativa dei privati. La tendenza in atto? Una città dei progetti, che non dialogano con il territorio circostante, ma che anzi lo frammentano in isole d’eccellenza e di degrado.
Il ruolo degli enti non profit nel ricostruire le reti sociali, nel favorire l’integrazione, nel tenere coeso il tessuto sociale è riconosciuto da tutti, ma non può essere svolto in maniera frammentaria e senza l’appoggio delle istituzioni, pena il disperdersi delle poche forze in campo.
Il parere degli stakeholder
Occorrono azioni preventive per ricompattare il tessuto sociale e sostenere i soggetti deboli. Le attenzioni dovrebbero essere focalizzate soprattutto su giovani e famiglie, promuovendo nuovi luoghi di aggregazione, alternativi alla strada e favorendo il coinvolgimento dei giovani coniugando impegno, sport e svago.
Secondo chi è intervenuto al workshop c’è bisogno di promuovere il finanziamento di piccoli progetti condivisi da tutte le parti sociali e le istituzioni interessate. Progetti non riguardanti solamente alcuni target geografici, ma che formino tra loro una rete di interventi e che soprattutto siano a lungo termine per regalare valori positivi in cui le persone possano credere e quindi cambiare la loro qualità di vita.